La marcia separata di Tor Pigna
E’ durata meno di un’ora, la marcia dei cinesi a Tor Pignattara – meno di un’ora la fase finale, dell’arrivo e dell’esserci nel quartiere.
Non hanno urlato. Non hanno minacciato nessuno. Non hanno fraternizzato con nessuno. I cinesi non abbracciano, non stringono mani, non si commuovono nemmeno, in pubblico. Accendono molte candele, questo sì, fanno cerchi e cuori con le candele, e portano fiori bianchi con la candela attaccato sopra con l’adesivo.
A piangere eravamo noi infiltrati che abitiamo qui con loro, con i bangla e i pakistani e gli operai romeni del cantiere Metro C e i fruttivendoli egiziani. E i pochi militanti politici con i loro volantini non presi e il loro inascoltatissimo “siamo tutti fratelli e sorelle”. E i quindici, contati, parrocchiani di San Barnaba che, dietro una fila di candele e lumini guardano e pregano sulle scale della Chiesa. Ma non c’è contatto e non c’è dialogo.
Eppure una cosa è certa: abbiamo concittadini cinesi. Sono pacifici ma molto incazzati. Tutti molto giovani. Niente capelli bianchi in questo corteo. Vogliono cose tangibili: “No violenza, più sicurezza”. Sostantivi concreti. Integrazione, inclusione, sono gergo de sinistra. Loro vogliono “cose”. E infatti non ci sono politici qui. Niente sindaco. Niente deputati. Niente. L’Italia siamo noi infiltrati e la polizia, centinaia di agenti in divisa e in borghese. Riconoscibilissimi.
Quanto ce lo diremo, tra stasera e domani, che i cinesi e noi ci siamo abbracciati? Ma non è vero. Abbiamo pianto per quelle candele, le candele commuovono. Per le foto di Joy, la piccola assassinata. Per gli striscioni con gli ideogrammi e le firme. Il bianco di ogni cosa che sia lutto. Ma loro non te lo dicono che gli si spacca il cuore. Forse se lo dicono fra loro, la lingua è un muro alto. Qualcuno traduce solo gli slogan ufficiali. Francamente, a guardare questo corteo, suddiviso in gruppi disciplinati, guidati ognuno da un megafono, si ha l’impressione che il “servizio d’ordine” della comunità sia bello robusto e pervasivo.
Così noi ci commuoviamo e loro chiedono sicurezza. Che sono le due cose che abbiamo da scambiarci. Ci sono i bengalesi e i pakistani di Tor Pigna con i cartelli in inglese (Stop Killing), ma sono pochi e nemmeno con loro parlano i cinesi, che l’inglese non lo conoscono e che non hanno che farsi di chi è meno organizzato e più disagiato di loro.
Cosicché si potrà dire che questa marcia è andata bene. Non sono bevuto, ho scritto “bene”. Perché ha ottenuto il massimo possibile. Non dobbiamo essere tutti fratelli e sorelle. Dobbiamo rispettarci come concittadini e vivere sicuri. Uno accanto all’altro. “Amarci” è troppo e non si può chiedere a nessuno. Soprattutto a chi ha appena ha avuto due morti. Di cui una è Joy, che sorride nelle foto.
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icittadiniprimaditutto
11 gennaio 2012 alle 08:57