Giorgio Bocca, che si fermò sulla linea d’ombra del sud
Post lungo
Se guardiamo – ed è giusto farlo – a Giorgio Bocca come a un padre fondatore del giornalismo civile e democratico di questo paese vediamo tanti valori ma anche una linea d’ombra. E’ quella che oggi con una forzatura che non accetto si riassume nell’accusa di razzismo e antimeridionalismo – abituati come siamo a fare i tifosi, discutiamo sempre come se fossimo negli studi di Biscardi.
In realtà la faccenda è un po’ più complessa: è vero che in mezzo a tanto pregio professionale, Giorgio Bocca non riuscì a capire il sud. Non lo studiò mai – e ho un’esperienza professionale da raccontare qui fra poche righe – non approfondiva, perché lo disgustava ciò che vedeva. Ma questa sua mancanza, il suo essersi fermato culturalmente alla linea gotica (già Roma lo infastidiva) è il limite tragico dell’intellettualità fondativa di questa repubblica. Della migliore intellettualità fondativa: quella liberal democratica, laica, che nel dopo guerra lascia alle chiese democristiana e comunista la comprensione e la gestione politica del mezzogiorno. Nel suo fallimento c’è già il sorgere della Lega, della rottura democratica del paese come rottura geografica, rottura di fatto, di questi anni. Con la tragedia politica che viviamo.
Nel pensiero di Giorgio Bocca dunque c’è questo punto di svolta, questo scoglio: il fallimento della grande cultura di cui era un esponente nel capire il sud. Lasciamo stare ai retorici il canto del partigiano e ai manipolatori di sempre il ricordo del Bocca fascista, come se a 19 anni in quella Italia non fosse stato fascista tutto il meglio della gioventù poi diventata classe dirigente del paese. Quello che interessa è la linea d’ombra di Bocca, la linea del sud. Dove il punto di maggiore fallacia e fallimento non sono gli apprezzamenti sempre superificiali su Palermo a Napoli, ma la sua condanna di Leonardo Sciascia. Una vera infamia. Perché l’uomo che sfornava libri documentati non si era degnato di leggere con attenzione e di capire. E dava di mafioso a uno dei più grandi intellettuali italiani. Tutto per cosa fare? Per un punto ideologico: chi se le dimentica le pagine su Dalla Chiesa eroe settentrionale che il sud aveva sbranato… (quel giudizio ignobile è passato quasi pari pari nel libro “Il Memoriale della Repubblica” di Miguel Gotor).
Su questo confine di non comprensione e di oggettiva ignoranza si schianta il Bocca degli anni ’70-’80. Non l’autore delle grandi inchieste sul potere, quelle vennero prima, ed erano belle. Ma poi a un certo punto vince in lui quella tendenza a lavorare con una tesi precostituita in testa secondo un ciclo veloce della notizia: partenza, permanenza sul campo inferiore alle 24 ore, due interviste, un po’ di telefonate, la tesi già pronta e via. Ricorderete le famose “inchieste” sulla Fiat all’inizio degli ’80, sulla fabbrica della Panda. Brutto capitolo di un giornalismo in cui “la notizia precede il fatto e la determina”.
Lo dico ai ragazzi giovani che vogliono cominciare questo mestiere: gran parte del male italiano del giornalismo ideologico ma non documentato comincia qui. Nelle grandi dive di questo giornalismo. E pochi della mia generazione, loro allievi, hanno saputo salvarsi. Molti si sono persi, aggiungendo nel menu della loro offerta le piazze scatenate, la cultura manettara, l’intercettazione pubblicata senza nemmeno fare editing. Ma di questi, e giustamente, Bocca aveva schifo: e però erano suoi scimmiottatori. E’ elaborando ill suo modello che nasce un’intera generazione di giornalisti che sostituiscono il bello scrivere e l’acido muriatico degli aggettivi ai fatti e lo schieramento alla realtà.
Uno si è salvato. E’ Giuseppe D’Avanzo, che parte in quel contesto professionale, e mette a punto un metodo che mette al centro il fatto, la verifica, l’approfondimento. Francamente, tutta un’altra strada rispetto a Bocca. C’è chi con gli anni si perde e chi si ritrova e muore grande.
Ora diranno di lui cose altrettanto false per lordarne la memoria ed altri canteranno solo il comandante partigiano diventato scrittore. Opposte apologetiche. Resta l’errore di confine, il più pesante. Non aver capito il sud: che non è l’averlo averlo insultato – noi meridionali siamo abituati all’insulto, anche a quello silente dei direttori che poi dicono in privato “tu sai quant io disprezzi i meridionali”.
E ora un aneddotto a sostegno, una mia esperienza personale. Nella seconda metà degli anni ’70 ero addetto stampa, giovanissimo, del primo sindaco comunista di Napoli, Maurizio Valenzi. Bocca era il nostro mito e il nostro terrore. Arrivava in ognuna delle grandi crisi, restava in città poche ore, tra un rapido della mattina e uno di fine pomeriggio. Un giorno venne anche da me: mi feci in quattro, c’era un mio mito professionale proprio lì davanti a me. Gli diedi una borsa di carte, di documenti, cercai di fargli capire la complessità di ciò che si muoveva dietro i soliti disoccupati all’attacco degli autobus o quel che era. Il giorno dopo, il pezzo non era nemmeno malissimo, ma lui non aveva letto niente e accolto niente di ciò che gli era stato detto. Ero deluso. Maurizio Valenzi, un comunista liberale, già allora amico di Napolitano e Amendola, mi sorrise paterno. “Sei proprio ragazzo – disse- non lo sai che quelli vogliono un discorso pronto? Che semplificano per mestiere? Non se le studierà mai quelle carte, forse le avrà pure lasciate in treno perché gli pesavano”. Ci ho ripensato negli anni successivi, nei giorni di Sciascia, e nei giorni in cui Bocca paragonava i tifosi della Roma alle plebi inferocite del Colosseo.
(l’aneddoto in clausola è folgorante)
Se può ben darsi che il tuo ragionamento sia esente da mende, resta un dubbio: non lo si poteva svolgere anche fra qualche giorno? Non sarebbe cambiato in niente, avrebbe rispettato l’antico adagio che vuole silenzio sui morti
giovanni choukhadarian
25 dicembre 2011 alle 22:00
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
icittadiniprimaditutto
25 dicembre 2011 alle 22:13
Questa storia del silenzio sui morti è davvero un adagio, nel senso che dovrebbe servire, nella percezione del luogo comune, a rallentare le emozioni e far prevalere la velocità standard della ragione. Ma i morti importanti non meritano il silenzio, meritano, anzi, discorsi che facciano avvertire la loro presenza, se è giusto che continui. Vittorio Z. lo fa nell’unico modo in cui il dialogo con un uomo che ha fatto discutere può continuare. Discutendo, appunto, e non mascherando le critiche con il silenzio rispettoso, cioè un po’ ipocrita, quello che capovolge i ragionamenti fatti fino al giorno prima. Discutere in questo modo permette a chi non c’è più, scusate l’absurdum, di obiettare con le sue parole, perché è delle sue parole che si discute, non di un Giorgio Bocca che non è mai esistito. Discutere in questo modo non è mai irrispettoso, né inutile, perché guarda in avanti e dialoga con quelli che rimangono. Quando Bruno Forte, scusate lo sconfinamento, apre un articolo sul suicidio di Lucio Magri invocando il silenzio rispettoso della coscienza individuale e poi critica l’incoerenza del suicida perché ha scelto per morire un paese che lui stesso aveva definito borghese, individuando quindi un suicidio ‘conformista’, ecco, questo modo mi sembra proprio quello che Vittorio Z. NON ha scelto. Per cui continuiamo a discutere di giornalismo e di idee sull’Italia e sulla democrazia e sulla repubblica, perché le parole di Bocca possano continuare a circolare, e essere criticate o apprezzate, il che avverrà solo se il silenzio invocato faccia tacere ipocrisie, conformismi, opportunismi e tutti gli -ismi che ci perseguitano ogni giorno.
Gigi Spina
26 dicembre 2011 alle 09:20
“Giorgio Bocca non riuscì a capire il sud. Non lo studiò mai”. Non lo studiò, e quando ne scrisse l’ultima volta fu uno strazio di pressappochismo, superficialità, approssimazione, facilonerie, grossolanità, come si può leggere qui:
http://www.nazioneindiana.com/2006/01/18/bocca-di-rosa/
Hanif
26 dicembre 2011 alle 11:22
[...] Vittorio Zambardino racconta sul suo blog di quella volta che incontrò Giorgio Bocca, era la seconda metà degli anni Settanta. Bocca era il grande inviato del grande giornale nazionale, lui, giovanissimo, faceva l’addetto stampa del primo sindaco comunista di Napoli, Maurizio Valenzi. Bocca, per loro, era un mito e un autentico terrore: arrivava in ognuna delle grandi crisi, restava in città poche ore, tra un rapido della mattina e uno di fine pomeriggio. Un giorno si presentò anche da lui: “mi feci in quattro, c’era un mio mito professionale proprio lì davanti a me, gli diedi una borsa di carte, di documenti, cercai di fargli capire la complessità di ciò che si muoveva dietro i soliti disoccupati all’attacco degli autobus o quel che era”. Il giorno dopo, sul giornale del mattino, lesse il pezzo, non era nemmeno malissimo, ma si capiva che chi l’aveva scritto non aveva letto niente di quello che gli era stato dato, non aveva ascoltato niente nemmeno di ciò che gli era stato detto. Il sindaco Valenzi, un comunista liberale, già allora amico di Napolitano e Amendola, vedendolo deluso gli fece un sorriso paterno. “Sei proprio ragazzo – disse -non lo sai che quelli vogliono un discorso pronto? Che semplificano per mestiere? Non se le studierà mai quelle carte, forse le avrà pure lasciate in treno perché gli pesavano”. [...]
Bocca | Ludik – di Luca Di Ciaccio
26 dicembre 2011 alle 15:40
[...] Bocca prescindeva. Narrava le conseguenze, inducendole dal valore autonomamente pre-attribuitone e non azzeccandoci praticamente mai. Questo è legittimo. Ed all’intellettuale ideologicamente ispirato capita [...]
Su Bocca, cioé sull’io-giornalismo che non è giornalismo | Libertiamo.it
27 dicembre 2011 alle 09:23
Ho conosciuto personalmente Giorgio Bocca a Milano quando ero ragazzo. Lui teneva dei corsi di “giornalismo” in un centro sociale vicino a piazzale Corvetto (perché c’era del tenero con un’assistente sociale). Avendo saputo che mio padre era napoletano e per di più militare di carriera che dopo l’8 settembre non aveva buttato la sua divisa alle ortiche, mi cacciò a male parole dal corso. Non ho un buon ricordo di Giorgio Bocca.
Roberto Bello
27 dicembre 2011 alle 10:38
[...] VITTORIO ZAMBARDINO ” GIORGIO BOCCA, CHE SI FERMO’ SULLA LINEA D’OMBRA DEL SUD“ [...]
Giorgio Bocca 1920-2011 « Tutti a Zanzibar
27 dicembre 2011 alle 13:47
Bocca era un realista, scomodo, non ipocrita.
Detestava chi governa gli Italiani, non gli Italiani, tanto meno i Meridionali.
Ma in questo Paese ha più fortuna chi racconta favole !
Giampietro Scarabello
27 dicembre 2011 alle 18:59