sabatotrippa

I giornali scappino da Storify

Sì, Storify è una bella invenzione (me lo sto studiando, ho visto belle cose negli ultimi giorni). Abbastanza scontata ma nessuno ci aveva pensato prima, a creare uno strumento così fluido di mash up giornalistico o, se volete, di scrittura digitale (no, multimediale no). Però ci ho fatto sopra un brutto sogno.

Il brutto sogno è che, guardando questo strumento, i direttori di giornale possano inventarsi una nuovo forma di scrittura e un conseguente format di “pezzo”, di linguaggio, di intervento. Una cosa che, senza fare nemmeno lo straccio di una telefonata e di una qualsiasi altra verifica “fisica”, assembli fonti web e ne faccia – occhio ché qui è il passaggio chiave – un pezzo su carta.

Sogno orrendo: perché quando porti una scrittura su una piattaforma che non le appartiene, non fai solo un’operazione di innesto tecnologico. Cambi “umanità”: cambi classi di età, gusti, retroterra e cultura che usa e giudica un prodotto, e soprattutto cambi “interazione mentale” tra lettore e notizia: ad esempio, su carta non esiste, o è molto più debole,  quel filtro  psicologico che ognuno di noi si porta dietro su web quando si chiede “sarà vero?” (dai cioè per scontato che chi scrive su carta abbia fatto tutte le verifiche del caso).

Sarebbe un suicidio rifriggere su carta un insieme di notizie, twitter, post, dispacci di agenzia, stati di facebook. Per carità, sempre meglio questo che l’attuale pratica del copia incolla senza citazione che in molte redazioni vige sfrenata. Ma sempre riciclaggio informativo è, e per giunta massivo stavolta.

Curiosa vicenda: veniamo da un anno che ha esaltato il giornalismo d’inchiesta, anche sotto lo stimolo, tragico, della scomparsa di Giuseppe D’Avanzo. Il giornalismo d’inchiesta (quello vero, non gli atti delle procure sbattuti sul giornale così come sono o le soffiate dei servizi trascritte in modo fedele) è multifonte, va bene tutto, la carta e la voce, il documento e il file elettronico, purché contenga un bit di notizia. Ma vuole, esige e pretende verifiche. E “tweet first verify later” non è esattamente il suo motto migliore.

(ah: non ho detto che i giornalisti non dovebbero usare storify, ho detto che non dovrebbero usarlo come lo fanno gli internettari: in fretta)

Scritto da zuckerman60

12 dicembre 2011 a 09:49

3 Risposte

Iscriviti ai commenti con RSS .

  1. credo purtroppo che la tendenza si espanderà ancora.
    veniamo sì da un anno di giornalismo di inchiesta, ma veniamo pure da oltre un decennio in cui la propaganda l’ha fatta da padrona, su qualsiasi media.
    Storify non è che il livello successivo di quello che passa oggi per “social network”, e che porta milioni di persone ad annunciare al mondo il proprio taglio di capelli.
    D’altronde, la pressione economica perché le cose stiano così è enorme.

    Occorrerà ancora molto tempo perché la nostra consapevolezza sia al livello dei nostri strumenti.

    Walter Vannini

    13 dicembre 2011 alle 08:59

  2. [...] Taggato con Blog, Continassa, Gregorio Paolini, Mario Seminerio, Storify, Torinoburning « I giornali scappino da Storify [...]

  3. [...] con due segnalazioni per chi abbia voglia di approfondire: sui rispettivi blog, Vittorio Zambardino e Mario Tedeschini Lalli parlano di social network e cronaca giornalistica nei giornali italiani, [...]


I commenti sono chiusi.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 1.592 other followers