Paolo Garimberti, supertifoso pubblico
Ma in termini di stile, ci sta che il Presidente della RAI, quasi un dirigente pubblico (quasi poi… un dirigente pubblico a tutti gli effetti) sia anche il presidente dello Juventus Museum, squadra di cui è tifoso, cioè che sia un supertifoso di professione, mentre è presidente RAI?
Naturalmente il discorso sarebbe ugualmente valido se al posto del museo bianconero ci fosse quello di qualsiasi altra squadra di calcio di cui il presidente in carica fosse tifoso. E cesserebbe di esistere qualsiasi problema al cessare della funzione di presidente RAI. E’ una questione di sensibilità, nessuna regola, se non di buon gusto, è stata infranta, ma questo è il punto, il personaggio in questione è un campione di buon gusto.
Vai Quinta, sei l’unico che sa di cosa parla
Non sono un appassionato di quella tematica che si chiama “innovazione”, anche se credo di sapere di cosa si parla quando se ne parla e scrive. Si tratta di aiutare questo paese a tirarsi fuori dai guai attraverso lo sviluppo del digitale, facendo in modo che anche leggi, regole, norme e pratiche istituzionali vadano veloci, siano scritte bene, con cultura contemporanea e non sotto la dettatura delle lobby.
In questi giorni si discute del nuovo presidente dell’autorità per le comunicazioni, l’AGCOM, di fatto la stazione centrale dove lo sviluppo del digitale può andare ad alta velocità o restare a terra per rottura treno: è in ballo il nome di Stefano Quintarelli. Di cui Marco Pierani spiega qui di chi si tratta.
Endorsement, endorsement, endorsement. Vai, Stefano!
L’urlo che voi sentite solo oggi
in Eretici Digitali, scritto nel 2009 con Massimo Russo, su Rete e Beppe Grillo scrivevamo questo capitolo 9, intitolato “L’urlo del Tribuno”.
Eppure dovrai metterti l’animo in pace – replicò Woland, e un sorriso beffardo storse la sua bocca – . Non hai fatto in tempo ad apparire sul tetto che hai già detto una sciocchezza, e ti dirò io in che cosa consiste: nel tuo tono.
Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne scomparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco.
Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita
L’urlo
Qui e là in questo saggio si ritrova traccia dell’atteggiamento più diffuso nella rete. È riassumibile
sotto l’etichetta “l’urlo”. Si tratta della tendenza propria dell’utente neofita che, una volta resosi conto di avere tra le mani uno strumento di espressione, lo usa girando la manopola del volume al massimo.
Il neofita quasi sempre evolve nell’utente predicatore. In quello che ti insegna cos’è il web e, pochi post dopo, cosa sono i giornali, i media e il mondo. Questo aspetto – che chiameremo dell’illusione di onnipotenza dell’utente telematico, per cui il mezzo riempie ogni lacuna personale e rende culturalmente onnipotenti – andrebbe ben studiato, e studiato senza quei pregiudizi per cui la rete è luogo di alienazione, è gorgo del nulla, è dannazione moderna.
Psicologi e antropologi hanno ancora un atteggiamento di rifiuto snobistico verso questo mezzo, che talvolta viene abbandonato in favore dell’utilizzo del web in forma di leva, per arrivare ad altri media più “importanti” e, di certo, di più rapido incasso. Un peccato: la rete è un campo di studio fertile. È insieme oggetto e soggetto, luogo di osservazione e di partecipazione. Luogo di dinamiche umane, sociali, “culturali”, che si esprimono al loro meglio e al loro “vero”. Una di queste dinamiche è l’annientamento della notizia. Della nozione di notizia.
La possibile obiezione: alla cancellazione della realtà provvede il racconto dei media, che sono “al servizio del potere”, e segnatamente vi provvede il racconto televisivo. Ma non c’è alcuna contraddizione tra la nostra affermazione e questa affermazione, rozza ma aderente ai fatti. Come detto più volte qui e come ogni ricerca in merito conferma, il web riecheggia del “discorso” degli altri media quasi in modo ecolalico. Le parole del mainstream si incontrano con la rete e danno vita alla costellazione dello Zeitgeist, nello spirito delle masse (e del tempo) che forma un pensiero collettivo che sta a cavallo di ogni piattaforma.
Di fatto l’opinione pubblica che si esprime attraverso internet porta con sé dentro la rete umori e atteggiamenti contrastanti: da un lato questa istanza “alta” di rappresentanza e critica verso media, potere, poteri. Dall’altra il furore come modalità. Che quindi è furore della notizia e dell’antinotizia, della politica e dell’antipolitica. Furore come posizione. Come pensiero unico.
Magari questa fetta di opinione pubblica si esprime “male” ma, come abbiamo detto in altra parte del saggio, non è il contenuto di questa presenza nuova a fare la novità e a sgretolare il castello di carte degli old media. La sua semplice presenza, che a volte crea grandi e positivi fenomeni, in altri casi produce un’“atmosfera” informativa vuota, dove ogni voce esplode come il tuono, senza contraddittorio.
Dove dovrebbero esserci più voci a discutere, c’è spesso la Voce del tribuno. E dove dovrebbe esserci il massimo di verifica, detonano le certezze della propaganda.
Al quadro va aggiunta l’assenza di memoria a lungo termine della mobilitazione di rete. Può capitare, a un giornalista che da trenta anni segue la cronaca giudiziaria o a una persona che ha una onesta storia professionale nel campo della rete, di sentirsi dire: e tu chi accidenti sei? Sei un incompetente o un disonesto, a seconda dei casi. Questo accade perché l’esperienza della rete viene vissuta come unico ambiente di conoscenza e tutto ciò che non ne fa immediatamente parte perde valore, concretezza, consistenza. È questa perdita di senso di realtà l’aspetto più cospicuo del fenomeno. Vediamo un caso.
Nel febbraio del 2009 è stato approvato al Senato – se n’è già parlato – il famoso “emendamento D’Alia”. Poco tempo dopo, alla fine di aprile dello stesso anno, il testo è stato cancellato e non inserito nel “decreto sicurezza” del governo. Ma l’esistenza dell’emendamento è stata “prolungata” dalla rete – e soprattutto su Facebook, dove ancora più labile è l’elemento di realtà e ancora più istantanea l’adesione a certe campagne – sia da parte di gruppi di estrema sinistra che da parte di alcuni “grillini”. Ogni smentita è stata di fatto ignorata, e se proprio non era possibile evitarla, allora veniva ribattuto che altre norme più gravi e più repressive erano allo studio e che comunque bisognava restare all’erta[132].
È insomma successo che la data di quell’evento, la sua coordinata temporale è andata smarrita e la convinzione dell’attacco censorio è diventata un tornado di “al lupo al lupo” che si autoalimentava nel vuoto.
Perché avviene ciò? Perché un pubblico composto di individui ipercritici verso il potere, spietato con l’errore di un apostrofo commesso da un giornalista in un articolo, dà invece per vera la segnalazione che sulla rete gli proviene da un suo pari o dal suo sito o blog di riferimento? Me lo dice Quello di cui mi fido: è vero.
Il “tribuno”: la comunicazione autoritaria di Beppe Grillo
L’entrata a pieno titolo nel gioco politico italiano di Beppe Grillo dovrebbe consigliare di non trattare l’argomento in un saggio che si occupa della rete[133]. Ma è nella rete che tutto nasce. Dicevamo, dunque, che c’è una dimensione dell’aggregazione telematica che è quella dell’infiammazione immediata, della petizione online, di ciò che Howard Rheingold ha descritto come flashmob, le mobilitazioni lampo[134]. La visione del sociologo californiano ha trovato realizzazione, e piena maturazione in Italia, con la mobilitazione permanente che circonda le attività online di Beppe Grillo[135]. Si è parlato di “tribuno”, ma a noi che ci stiamo occupando delle forme della vita digitale e delle sue dinamiche questa figura della cultura classica non dice nulla. Perché non parlare di “allucinazione di verità”? Come fenomeno, non come esclusivo appannaggio di Grillo – magari, sarebbe mal di poco.
Le forme della partecipazione dei flashmob, il corteo telematico, la petizione, il meetup, l’uso dell’arma della reputazione e del rating dei testi e commentatori per annegare il dissenso. Tutti questi aspetti sono stati messi in luce da chi ha analizzato il blog di Grillo e ognuno di essi, se preso da solo, si manifesta come il mattoncino Lego di un partito politico elettronico. Esperienza molto più avanzata degli altri tentativi di “partito telematico”, perché ha creato una virtualità totale dell’esperienza informativa su cui si basa la politica. La polis e l’informazione essendo costitutive l’una dell’altra.
Altri, negli anni passati, hanno usato la rete al servizio della politica. I radicali, negli anni dell’elezione diretta dei loro organismi dirigenti, scoprirono il talento e la straordinaria leadership di Luca Coscioni, che semplicemente un giorno si manifestò attraverso la rete al partito preesistente. Che però stava fuori da internet. La rete qui era canale, non forma. Con Beppe Grillo la distinzione scompare.
L’illusione del racconto alternativo o allucinazione di realtà
La predicazione carismatica – nel senso che non ammette verifiche: chiunque, su altri blog, accenni a una critica viene stroncato da forme di squadrismo telematico a volte odiose – si trasforma qui in “informazione” e quindi in realtà-verità. Grillo e i suoi collaboratori e amici giornalisti sostituiscono il “pepe” della rivelazione all’onere della prova, che anche per chi fa cronaca esiste.
L’avversario è comunque un imbecille, “narcolettico” o “psiconano” a seconda dei casi. La necessità della comprensione viene sublimata nella liberazione dell’insulto. L’obbligo di ricerca della realtà, che è sempre complessa, sostituito dal dito indice che convoglia l’indignazione.
Ma tutte queste non sono forme della rete, queste sono le forme della retorica carismatica e – perdonate l’eccesso – totalitaria. È appena il caso di dire che questo è l’approccio di altre leadership: il Bossi dei primi anni della Lega e delle campagne elettorali, il Berlusconi degli scontri nei giorni di fuoco. Internet non è qui: qui c’è da sempre la propaganda che si sostituisce alla realtà. L’odio che prende il posto della conoscenza. Per Grillo non è niente di diverso rispetto a quanto avveniva nei suoi spettacoli.
E allora, dov’è il punto?
Il punto è nell’aggiunta – di merchandising e di mobilitazione politica – che Grillo realizza attraverso il suo blog, nella continuità di uno show che è quotidiano proprio come l’abusato esempio del Truman Show. Dove un solo dossier, un solo tecnico, una sola accusa bastano per mettere in croce chiunque o per provare una teoria politica. Che si parli di indulto o di treni ad alta velocità, di intercettazioni o di loggia P2, il blog di Grillo serve a tenere viva la fiamma della relazione attraverso un continuo doping delle opinioni: non c’è scampo per chi è criticato da lui, perché non c’è spazio nella mente collettiva dei suoi sostenitori per il dolore della complessità, per i pensieri contraddittori, per i contenuti non in sintonia. Se fossero solo i sostenitori di Grillo a ragionare così, faremmo male a spendere tanto spazio per parlarne.
Le blogstar della rete hanno molto detestato il tema: ma bisogna ribadirlo. Gli strumenti pensati per la democrazia, per l’espressione della “saggezza delle masse”, per la collaborazione tra pari hanno dato vita qui al loro opposto: alla deflagrazione di una comunicazione carismatica che tende al totalitarismo. Se vogliamo dirlo, questo è il maggior contributo italiano alla storia del web.
Il ghigno del carisma
Peraltro, con la vittoria di Barack Obama nelle primarie americane e poi nella campagna elettorale, e perfino adesso con l’uso geniale del web da parte dei siti della Casa Bianca, abbiamo assistito alla realizzazione più piena del sogno del cittadino del web 2.0. Alla capacità di una somma di individui (non di una “massa”) di imporre i temi della campagna nell’agenda dei media mainstream. Peccato che dietro quei temi vi fosse una strategia di comunicazione che etero-dirigeva quelle opinioni. Che alla maggioranza di noi sia piaciuta quella etero-direzione non ci esime dall’obbligo di indicare anche in quelle forme il ghigno del carisma.
Se guardiamo alle forme dell’espressione del consenso di massa – nel movimento “grillino” e perfino in certe manifestazioni pro-Barack – notiamo che attraverso il web è avvenuta la stessa disintermediazione che Silvio Berlusconi è riuscito a ottenere in Italia senza usare la rete. Non si tratta della disintermediazione dei media – anche di quella certo, visto che i media sono ridotti a megafono, pena l’insulto e l’incitazione a farli morire di inedia. Si tratta piuttosto della disintermediazione più grave avvenuta qui: quella delle forme e dei canali della cultura critica (ma c’è mai stata in Italia una cultura critica?).
Siamo l’unico paese nel quale il giornalismo investigativo viene attaccato da due lati: da chi lo accusa di insozzare il potere e le sue icone (al servizio di chi è?) e da chi lo ritiene non valido, non all’altezza, perché l’unica “cultura critica” che conosce è quella delle certezze della propaganda e dell’insulto. Che la realtà sia opaca, grigia, contraddittoria e piena di colpevoli non è possibile per la visione dell’occhio manicheo.
Quanto manca alla scoperta da parte di poteri più forti e più “seri” di quello di Beppe Grillo perché il web e il “mobile” vengano usati come prova che il “popolo” è con noi, e magari anche Dio? E quanto manca al fatto che gli innocenti wiki siano usati per costruire leggi che il potere esecutivo si fa preparare dal “popolo” e in nome del quale verranno approvate con voto di fiducia saltando l’esame dell’“inutile” Parlamento e dei “venduti” dei giornali? (ahi, la simmetria di certi odi apparentemente contrapposti).
Quando odio per i media e per le istituzioni fanno il deserto di ogni mediazione democratica, quando restano solo “psiconani”, “comunisti” e popolo, quando l’informazione si è fatta popolo di fantasmi che agitano ossessioni (“il parlamento degli inquisiti”), la rete non è anche un canale della nuova pratica del totalitarismo?
È una bestemmia. La pronunciamo in piena coscienza.
[132] A tenere in piedi questa vera e propria allucinazione collettiva, è anche la sciatteria da parte dei curatori del sito del Senato della Repubblica Italiana, che si limitano a pubblicare gli atti così come sono, senza spiegare nulla di ciò che è veramente accaduto e dando per scontata la conoscenza dei tecnicismi dei lavori – una conoscenza che, nel momento in cui il sito è pubblico e accessibile a tutti, non può più essere data per acquisita. Non dovrebbero essere solo i giornalisti a essere investiti del compito di imparare a scrivere secondo le regole della rete, ma anche i cosiddetti comunicatori pubblici.
[133] Durante un convegno tenutosi a Milano il 4 ottobre 2009, Beppe Grillo ha presentato il suo movimento politico “Cinque stelle” con liste civiche che si candideranno alle elezioni regionali in programma per la primavera 2010. http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE5930C220091004.
[134] Nel suo libro Smart mobs. Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura, Raffaello Cortina, Milano 2003.
[135] . http://www.beppegrillo.it/
Attrice mediocre, racchia e nana juventina
Luciana Littizzetto usa in televisione il termine “finocchi”.
Delio Rossi, e lo schifo che voi non raccontate
No, non capite, colleghi miei cari e soprattutto voi amici ed ex fratelli di Repubblica, che c’è una relazione tra la crisi dei giornali e una delle più comuni pratiche di ogni giorno. La chiamerei “il professionismo della bontà” o “ignoranza della disintermediazione”.
No, non è l’unica causa di crisi del giornalismo, ma di certo c’entra: voi fingete di non aver capito che la disintermediazione del digitale non riguarda solo cosucce come i canali di vendita e i pacchetti di offerta (quindi le vostre aziende). E siete perfino disposti ad accettare che in discussione venga messa la velocità con la quale date le notizie e insomma la modalità del vostro lavorare. Ma lì vi fermate.
Per questo, fin dai tempi della televisione, e soprattutto nel giornalismo sportivo, avete deciso che “i fatti” non sono più importanti. Che vadano solo riepilogati all’interno di un giudizio o al più di una analisi tecnica. Voi avete trasformato i vostri pezzi di cronaca in omelie.
Attenzione: è un male molto diffuso. Mi sono molto, amaramente, divertito ai tempi dell’incidente alla nave Concordia, quando uno stimato editorialista di questo paese, noto da sempre per il suo garantismo che supera mari e montagne, ha chiesto sul Corriere della Sera che la testa del comandante Schettino gli fosse messa sul tavolo, in quello stesso momento in cui scriveva.
Indagini? Scavare nella cause da parte di giornalisti e magistrati? Che importa, si vede in televisione, è tutto chiaro, ci sono le immagini. Il colpevole c’è. Avanti con i commenti e soprattutto con le emozioni. Il giornalismo delle emozioni. E dei linciatori di professione: avanti con le satire devastanti dei comici della morale (anche i comici in questo paese si occupano di etica, magari si stendono su un tavolo e mettono il culo all’aria, ma dicono cose assai intelligenti). Avanti con la distruzione di un uomo, di una vita, di una reputazione, magari facendo gli interessi dell’azienda o di qualche magistrato un po’ smanioso.
E’ successo lo stesso con Delio Rossi. Adesso i lettori veloci dei social network e anche tanti di voi diranno che io “sto con Delio Rossi”. Io vorrei stare col giornalismo. Che è soprattutto scavo, indagine, che non si fa carico dell’esito del suo lavoro, che non pensa: “così lo salvo” o “così lo ammazzo”. Siamo un paese di insider trader dell’etica: non spieghiamo cos’ha detto Lijajc a Delio Rossi. Ci basta la vociferazione, ci basta che “si sappia”. Ci basta scrivere: “una frase gravissima”. Per carità, doveste mai scriverla… Ah be’ certo ripetere la violenza non si deve, non bisogna dare spettacolo di violenza: lo dicono tutti, dalla First Lady del calcio di Sky giù giù fino a tutti i professionisti della bontà, una condanna unanime. E se invece del silenzio coperto dalle vostre prediche ci fosse un sereno racconto dei fatti e l’idea se la facessero i lettori e gli ascoltatori in proprio? E’ questa la delega di cui fate abuso, quella del libero pensiero. Questa dovreste restituire. Anzi. questa state restituendo senza accorgervene.
Nei “fatti” del caso Rossi, rientrerebbe pure il racconto di cosa è oggi il lavoro: le tensioni, che in una squadra di calcio sono massime ed estreme, ma non sono poi così diverse da quelle che ci sono nelle aziende di questa terra, compresi i vostri giornali. Per dirla in parole povere: voi avete rinunciato a raccontare la vita e l’avete sostituita con la vostra predicazione. Lo so che la vita spesso fa schifo, ma è per farne sentire il puzzo che siete pagati. Non per passare il deodorante del moralismo.
Ma del resto avete ragione voi. E’ un paese nel quale il giornale di maggior successo degli ultimi anni è quello che applica al suo massimo grado il metodo della sentenza sommaria. Ma quel successo è solo il fungo più perfetto e più vero di un humus nel quale siete cresciuti tutti. Oh sentenza sommaria, sì, che non si applica quando il “colpevole” è un amico o un “nemico amico”. Scenario: se Berlusconi avesse detto che un processo è uno spreco, come ha fatto Beppe Grillo ieri a Torino, ma che cosa avreste scritto tutti quanti? Lo avreste linciato.
Il tema è che voi avete rinunciato a raccontare passando il testimonio della valutazione alla testa dei singoli. Ignorate che non c’è più il “lettore medio”. Ci sono persone. Che in grande maggioranza in questo paese si riducono ad animali da colosseo, concordo con voi e con il vostro vero pensiero non detto. Ma le tendenze generali vanno oltre i mali italiani.
Se si provasse a raccontare soltanto, o perlomeno a raccontare prima, forse potrebbero germogliare forme di consapevolezza anche nuove. O forse quelle forme di consapevolezza, che ci sono, voi potreste finalmente incontrarle col vostro lavoro, soddisfarle, farle crescere. In fin dei conti, quella roba che si chiama internet ha creato le basi per un nuovo individuo, fornito di un pensiero autonomo e proprio. La vostra pretesa di imbonirlo può avere il successo momentaneo di una manifestazione politica o di una campagna, ma sul lungo periodo è roba sconfitta e strasconfitta. Vedo, nella migliore delle ipotesi, il vostro sorriso di scherno. E sento la vostra indifferenza al tema. Fa niente. Avete vinto voi, ma c’è un’Onda in arrivo che non farà prigionieri.
Italo, un viaggio test
Il capotreno si chiama “train manager”. Ed è una ragazza. Quelli che vengono ad aiutarti per fare il caffè alla macchinetta (voto 6, la macchinetta non gli addetti) o a trovare la connessione internet (6,5 contrastato) si chiamano “train specialist”. La cosa migliore di Italo è che il personale è gentilissimo e non è di cultura “ferroviaria”. Sono giovani non giovanissimi, diciamo che si ruota attorno al perno dei 35 anni. Chiedo e mi spiegano che provengono in parte dai cassa integrati Alitalia o dai disoccupati del settore dei servizi alberghieri. Hanno tutti un contratto a tempo indeterminato. Sanno tutti l’inglese, ma soprattutto si esprimono in perfetto italiano (a volte non guasta), sono cortesi e professionali (9). Forse la vera e unica sostanziale differenza tra Italo e il TAV di Trenitalia. Poi ci sono altre differenze.
- I prezzi: non sono riuscito, prenotando on line sei giorni prima, a trovare il biglietto scontato di oltre il 50% per il mio viaggio, Napoli-Roma di oggi, 2 maggio. Quindi mi è costato 43 euro, due in meno dei 45 di Trenitalia per l’equivalente di questa che è, in buona sostanza, la seconda classe. Ma in treno altri, giovani per lo più, mi dicono di essere riusciti ad avere lo scomtone prenotando prima di me, nel senso di un maggiore anticipo (voto ai biglietti: 6 di incoraggiamento, ma attenti, gente di NTV, questo è un punto cruciale, perché Trenitalia sta lavorando molto sulle “mini”).
- Puntualità: perfetta. Ma anche i TAV di Trenitalia lo sono. Forse i locali e i treni pendolari fanno schifo, ma l’alta velocità è puntuale in questo paese di merda (7)
- Condizioni del treno: qui Italo vince facile ma perché i treni sono nuovi di officina e ancora relativamente vuoti. Bagni perfetti, odore di pulito, ordine e lucentezza (7)
- Design: molto centro europeo. Essenziale, senza gli spagnolismi di Trenitalia (7)
- Comodità: le poltrone di smart (la seconda) sono comode ma appaiono più piccole di quelle TAV. In realtà quando ci si siede lo spazio è maggiore, lo dice uno che con i suoi 118 chili ha spesso problemi con il vicino; le poltrone di prima, ho sbirciato, sono molto grandi. Punti deboli: prevale l’allineamento “a pullman”, cioè a file orizzontali che si succedono senza guardarsi, in cui i passeggeri non si vedono negli occhi, è un po’ claustrofobico. E le poltrone non hanno i poggiapiedi. Voto 6 -
- Connessione internet: non c’era uno solo dei passeggeri di smart che non la volesse (era un pubblico giovane, a parte il sottoscritto). Forse è il caso di cominciare a considerare questo servizio un pezzo fondamentale dell’esperienza di viaggio e non un benefit. Su Italo, come su Trenitalia, c’è chi dice di collegarsi magnificamente bene e chi bestemmia: 6, si può e si deve far meglio.
- Bar: ci sono le macchinette distributrici. Non la migliore esperienza di questo mondo, ma 6 per la cortesia dell’addetto .
Insomma con Italo si viaggia bene e in modo pulito; ma voglio vederlo con i bambini che gridano e il treno pieno. Quando siamo in venti per carrozza non fa testo. Per il momento la cosa migliore, l’ho detto, sono quei ragazzi cortesi, professionali, ma attenti: si vedrà, se a NTV saranno capaci di mantenere l’attuale gnetilezza come un tratto permanente del servizio e non un bluff di avvio servizio.
Il bisogno di un mostro, l’incapacità di sopportare il dubbio e di aspettare
Passato il primo furore sulla Costa Crociere, quello che scrive Antonio Pavolini, sul trionfo del mainstream nella qualità e natura della conversazione in rete, mi convince. In queste settimane mi ci sono messo con attenzione, a guardare una modalità della discussione: quella del processo sommario.
Non parlo del solo comandante Schettino. Parlo anche di casi piccoli che fanno sorridere i super guru. Per esempio il caso del video che mostrava il portiere del Napoli che dopo un gol della sua squadra “non esultava”. Distrutto dal ciclo della mostrificazione. Dura 48 ore: video su you tube, disseminazione nei social network, giornali quotidiani, talk show in tv, e in fine la satira televisiva delle vacche di regime cui tutto è concesso dire “perché è satira”.
A seguito di questa ondata di merda, il Mostro è stato perfino convocato in procura nell’ambito di una indagine su camorra e scommesse.
Mi direte che parlo di calcio. Ma se non guardiamo anche al fatto piccolo, rispetto a quello gigantesco del Costa Crociere, non capiamo la natura “umana”, antropologica di quello che sta accadendo.
Un paese già da vent’anni abituato dai talk show a processare in piazza politici e indagati di ogni sorta, avvelenato da veri e propri professionisti del furore di massa, vive oggi nei social network un’accelerazione vertiginosa di questo atteggiamento. Che ormai vira verso l’essere una cultura vera e propria. Nella quale ci sono alcuni principi fondanti di un nuovo orwellismo: 1) l’audio o il video sono una prova. 2) Un gesto inconsueto è un atto di accusa, c’è uno e un solo modo di comportarsi “bene”. 3) Una testimonianza inchioda qualcuno. E soprattutto (4) l’evidenza è realtà. Ciò che a me pare “ovvio” inchioda il diverso. Può esistere un’altra realtà oltre quella dell’evidenza mediatica? Chi lo dice è, come minimo, un idiota.
E’ addirittura accaduto che sul caso Schettino per un paio di giorni si sia realizzata la Grosse Kaolition del processo sommario: da Libero a Dagospia, dal Fatto a Repubblica, da Gramellini a fra Cazzo da Velletri: tutti colpevolisti. Niente più divisioni. Finalmente qualcosa ha messo in pace l’Italia, l’odio per “Capitan Codardo”. Infatti: l’odio. L’odio.
Del tutto evidente che chi mette in dubbio queste certezze venga accusato di essere un imbecille garantista, un mafioso, un tifoso, ecc ecc. Eppure da qualche parte, forse a cominciare proprio dai social network, visto che nei media la partita è persa, dovrà ricominciare un’opera di ricostruzione della capacità di aspettare sopportando l’incertezza e il dubbio.
Perché è questo il caos mentale, culturale, antropologico su cui fonda questa etica dello sfascio e della gogna: che non abbiamo tempo per aspettare che un giudice indaghi, che si raccolgano prove e testimonianze. Ma tutti corrono dai media, e nei social network, per stabilire la loro verità e la loro giusta ragione: i vadabordocazzo e perfino il magistrato, che fino a prova contrario sono funzionari dello stato e prima di parlare dovrebbero pensare quattro volte.
Ci vorrebbe un disarmo controllato che parta dalle star e dagli opinionisti, perché ha ragione Pavolini, la rete è del tutto subalterna a loro. Basta un Grillo o Gramellini e la marmaglia assetata di colpevoli da crocifiggere lancia il pogrom. Il pogrom digitale. Ma non c’è da sperare. Solo la rete puà invertire la tendenza. Succederà? Non credo. Vincerà il pogrom: si fa solo in Italia: è la malattia di chi ha perso la capacità di aspettare la realtà sopportando l’angoscia del dubbio.
Lapidazione
Dalla pagina Facebook di Marco Pannella, dopo il voto su Cosentino, una selezione tra alcune centinaia di messaggi
SPACCIATORE… VENDUTO… MUORI CINGHIALE
PANNELLA ‘A PUTTANA ‘E MAMMATA!!!!
vergognatevi andate a braccetto con la camorra,vendutiiiiiii fatte schifo!!
A Pannè…facce st’ultimo sciopero della fame su…ultimo e definitivo dai .
mafioso, venduto, vergognoso, non esistono parole né gesti sul pianeta terra per descrivere il nulla e il degrado che rappresenti tu e il tuo partito. no comment.
Siete una vergogna per l’Italia!!!
Siete semplicemente dei grandissimi corrotti…ignoranti e deficienti,andate a casa Radicali….siete la faccia dei parlamentari: schifosi….il vostro posto e’ in galera!!!! La vostra puzza di merda vi distingue tra la gente!!!!!!!!!!!!
verme schifoso vergognati sei un mafioso sei un venduto crepa…..
quanto vorrei sapere cosa vi ha dato Berlusconi o cosa ha Berlusconi per ricattarvi così!!!
Quando la massoneria suona l’adunata, obbedienti i radicali accorrono a sostenere l’insostenibile. Spero che la storia vi seppellisca presto, banderuole.
VENDUTI PARASSITI!!!
Che buffoni…ma non vi vergognate? E pensare che vi dobbiamo pagare anche lo stipendio!!! Chissà che v’ha promesso Berlusconi!!! Pagliacci!!!!
ma fai una sciopero della fame e muori finalmente stronzo
Non fatevi neanche riprendere dalle telecamere, FATE SOLO VOMITARE
pannella fai schifo!!!!!!
V E N D U T I !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! FATE SCHIFO LECCACULI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
cazzo in culo non fa figli ma fa male a te che lo pigli
ù
COME SONO BELLI I SOLDI PER RADIO RADICALE, DELINQUENTE ADESSO MI SA CHE TI ASPETTANO NON SOLO SPUTI MA ANCHE…..!!!!!
spero solo che gli italiani non abbiano memoria corta nel momento del voto e cancellino una volta x tutte quest’ABORTO di partito..e mi si conceda il termine..
SIETE LA PARTITOSCHIFOZIA !!
crepa
Garantisti dei privilegi e collussi camorritsti questo siete!!
Partito Radicale: la banderuola storica del parlamento italiano.
altro che sciopero della fame.. qui si mangia.. e molto anche!!!
I PEGGIO IN ASSOLUTO. VERGOGNA!
VERRA’ L’ORA IN CUI AVRETE LE TESTE IMPALATE…
cagati in mano e datti gli schiaffi
Pezzi di merda come al solito. Radicali strafiniti. Banda di ricchioni narcisi. Amnistia ma poi voi dentro.
fate schifo MERDE!
CI AVETE ROTTO ! VI VERREMO A PRENDERE CON LE FORCHE !
che merda…ma quando muoiono tutti…
uahuahuhauhauah come mi stò divertendo…solo a casal di principe vi potete ripresentare…camorristi…
Arriverà il giorno in cui sarete tutti appesi a testa in giù in qualche piazza….Farete tutti la fine di Mussolini,porci maiali bastardi!!!!!!
SCHIFOSI !!! Siete come lui: MAFIOSI.
con la tua puzza di merda ti distinguo tra la gente!
la prossima volta invece dello sputo ti meriti qualcos’altro
Pannella sei una vergogna e pensare che un tempo ti ammiravo,sei un cesso e forse lo sei sempre stato
RADICALI DI QUESTA CEPPA DI CAZZO…se vi presentate alle prossime elezioni vi si viene ad inculare uno per uno…
A quanto stanno i radicali oggi? Costano più o meno di un litro di verde? Mi pare che Silvio ha fatto il pieno.
Vergognatevi!!!!!! Siete un’offesa alla legalità e alla democrazia del paese!!!!!
SIETE SOLO DELLA GRANDISSIMA FECCIA,
Oggi in Parlamento si conferma che esiste la “MAFIA”
ma perchè nn fai una bella dieta mortale una volte per tutte?? ma quanto cazzo vivi?????piu merde siete piu resistete!!!
Anziché scioperare per finta davanti alle telecamere… usare una corda legata al collo, appesa ad un albero e farla finita una volta per tutte… e a seguire tutti i politici itaGliani…? Gli ITALIANI ringraziano…!
ù
Quanto vi hanno pagato, infami??? quanto avete ricevuto per mandare a puttane la legalità in Italia? Quanto vi hanno promesso per permettere che in Parlamento sieda un camorrista? Quanti anni ancora andrà in onda Radio Radicale?? Pannella, segui la Lega: VAI IN TANZANIA!!! Assurdo, non credevo che si potesse scendere cosi’ in basso, politicamente parlando!! Umanamente avete già passato la soglia di non ritorno.
se vi sputano x strada non lamentatevi , andate a rubare , via dalla politica
ti venisse la diarrea a schizzo !
se lo ficcavano dentro vuotava il sacco ne…. che schifo,, vergogna
pannella in galera.
La marcia separata di Tor Pigna
E’ durata meno di un’ora, la marcia dei cinesi a Tor Pignattara – meno di un’ora la fase finale, dell’arrivo e dell’esserci nel quartiere.
Non hanno urlato. Non hanno minacciato nessuno. Non hanno fraternizzato con nessuno. I cinesi non abbracciano, non stringono mani, non si commuovono nemmeno, in pubblico. Accendono molte candele, questo sì, fanno cerchi e cuori con le candele, e portano fiori bianchi con la candela attaccato sopra con l’adesivo.
A piangere eravamo noi infiltrati che abitiamo qui con loro, con i bangla e i pakistani e gli operai romeni del cantiere Metro C e i fruttivendoli egiziani. E i pochi militanti politici con i loro volantini non presi e il loro inascoltatissimo “siamo tutti fratelli e sorelle”. E i quindici, contati, parrocchiani di San Barnaba che, dietro una fila di candele e lumini guardano e pregano sulle scale della Chiesa. Ma non c’è contatto e non c’è dialogo.
Eppure una cosa è certa: abbiamo concittadini cinesi. Sono pacifici ma molto incazzati. Tutti molto giovani. Niente capelli bianchi in questo corteo. Vogliono cose tangibili: “No violenza, più sicurezza”. Sostantivi concreti. Integrazione, inclusione, sono gergo de sinistra. Loro vogliono “cose”. E infatti non ci sono politici qui. Niente sindaco. Niente deputati. Niente. L’Italia siamo noi infiltrati e la polizia, centinaia di agenti in divisa e in borghese. Riconoscibilissimi.
Quanto ce lo diremo, tra stasera e domani, che i cinesi e noi ci siamo abbracciati? Ma non è vero. Abbiamo pianto per quelle candele, le candele commuovono. Per le foto di Joy, la piccola assassinata. Per gli striscioni con gli ideogrammi e le firme. Il bianco di ogni cosa che sia lutto. Ma loro non te lo dicono che gli si spacca il cuore. Forse se lo dicono fra loro, la lingua è un muro alto. Qualcuno traduce solo gli slogan ufficiali. Francamente, a guardare questo corteo, suddiviso in gruppi disciplinati, guidati ognuno da un megafono, si ha l’impressione che il “servizio d’ordine” della comunità sia bello robusto e pervasivo.
Così noi ci commuoviamo e loro chiedono sicurezza. Che sono le due cose che abbiamo da scambiarci. Ci sono i bengalesi e i pakistani di Tor Pigna con i cartelli in inglese (Stop Killing), ma sono pochi e nemmeno con loro parlano i cinesi, che l’inglese non lo conoscono e che non hanno che farsi di chi è meno organizzato e più disagiato di loro.
Cosicché si potrà dire che questa marcia è andata bene. Non sono bevuto, ho scritto “bene”. Perché ha ottenuto il massimo possibile. Non dobbiamo essere tutti fratelli e sorelle. Dobbiamo rispettarci come concittadini e vivere sicuri. Uno accanto all’altro. “Amarci” è troppo e non si può chiedere a nessuno. Soprattutto a chi ha appena ha avuto due morti. Di cui una è Joy, che sorride nelle foto.